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1 novembre 1964. Quando sei destinato a vedere l’altro mio lato

E’ praticamente certo che chiunque sia nato nel mio stesso anno o giù di lì, associ immediatamente una storica hit come “Don’t let me be misunderstood” alla versione dance latina dei Santa Esmeralda uscita nell’estate del 1977 e diluita, nella sua versione originale, per quasi 17 minuti. All’epoca avevo 13 anni, troppo piccolo per prendervi parte ma grande abbastanza per cogliere gli umori del tempo: dal ’77 “violento & creativo” all’italiana, al “mese 1 dei dorati anni Ottanta” (cit. Massimiliano Panarari: “Con Tony Manero la grande fuga dagli Anni di piombo” su La Stampa del 18 agosto), dicembre di quello stesso anno, quando anche nei cinema italiani esce il film – “La febbre del sabato sera” – che farà appunto da spartiacque tra un decennio che può essere considerato la coda lunga dei Sessanta, e gli anni Ottanta, che arriveranno da lì a poco, e la cui eredità ci segna ancora oggi. «Stiamo tornando – profetizzerà Mike Bongiorno qualche tempo dopo – a quei valori e a quegli affetti che avevamo dimenticato. Anche i ragazzi della contestazione stanno gradatamente cambiando. Vogliono ballare e divertirsi come John Travolta, sono stanchi di tirare sassi. Stiamo forse ritrovando l’unione e l’equilibrio. Ci vorrà un po’ di tempo: ma gli Anni Ottanta saranno diversi dagli Anni Settanta».

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14 ottobre 1964. Il terzo uomo (the third Man)

La copertina di luglio1964 di The Magazine of Fantasy and Science Fiction, storica rivista statunitense di fantasy e fantascienza in formato digest, è dedicata a un racconto lungo di Philip K. Dick, “Cantata 140”, titolo ispirato a una cantata sacra composta dall’amatissimo Johann Sebastian Bach forse nel 1731 o forse nel 1742. Il racconto che due anni dopo, rivisto e ampliato, diventerà un romanzo (“The crack in space”, in italiano tradotto in una prima edizione col titolo “Vedere un altro orizzonte” e successivamente con “Svegliatevi, dormienti”) è ambientato nel 2080 in un mondo dominato dalla sovrappopolazione e dalla disoccupazione, in cui i cittadini in eccesso, inutili rispetto al sistema economico, vengono ibernati in attesa di tempi migliori. “Forse ci serviranno un giorno, forse no, però se li mettiamo in cantina non se ne andranno in giro a prostituirsi, drogarsi, rubare, spacciare e chissà quante altre attività illegali. Teniamo desti solo quelli che servono, che lavorano e consumano” (dalla postfazione di Umberto Rossi all’ultima edizione di Fanucci).

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1 giugno 1964. Nel frattempo, all’altro capo del mondo

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La contadina robusta. Quanto a lei, l’eterna contadina russa doveva essere innanzitutto ben piantata se voleva trovare marito e non soccombere ai compiti che l’attendevano. Ne abbiamo una cruda rappresentazione nel romanzo Sull’Irtyš (Na Irtyš) inedito in Italia, pubblicato nel 1964 da Sergej Zalygin (l’Yrtis è un grande fiume della Siberia occidentale). Secondo Aleksandr Solženicyn, “una delle cose migliori prodotte in cinquanta anni di letteratura sovietica” nonché primo esempio di un filone, successivo alla fine dell’epoca staliniana, che verrà definito dalla critica “village prose“. In questo eccellente lavoro, che ripercorre il periodo tragico dell’inizio degli anni trenta e della collettivizzazione nelle campagne sovietiche, un contadino consiglia il figlio sulla scelta della moglie:
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1 settembre 1964. Con ogni mezzo necessario

Uno degli aspetti più piacevoli, anche se impegnativi, nel dedicarmi a un blog come questo sono le ricerche da fare per recuperare materiali e storie relative all’anno di cui si occupa, il 1964. Regolarmente finisce che inseguendo una traccia, improvvisamente la curiosità conduca altrove, e poi ancora devii dalla strada principale perdendosi in una via secondaria. E’ quello che succede con questo post, ramo imprevedibilmente innestatosi su un’idea che mi frulla in testa da mesi: un pezzo sull’album capolavoro di John Coltrane “A love supreme”, pubblicato nel febbraio 1965, ma registrato in studio in una sola sessione il 9 dicembre 1964. Stiamo parlando di un gioiello che ha fatto la storia del jazz, secondo l’Associazione Americana dell’Industria Discografica (RIIA) al ventisettesimo posto tra gli album jazz più venduti di sempre (ok, con “Kind of Blue” di Miles Davis non c’è niente da fare).

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12 giugno 1964. La guerra del Vietnam nello sguardo del “nuovo” Robert Capa

“Una mattina presto d’inizio aprile, alle 6.30, ho preso un autobus diretto a nord di Saigon, sulla Route 13. Era una giornata bellissima, luminosa e fresca: il cielo lindo di un blu meraviglioso. L’autobus era pieno di donne. Quasi tutti gli autobus in partenza da Saigon sono pieni di viaggiatrici perché generalmente nessuno dei belligeranti fa fuoco su mezzi carichi di donne”. Inizia così il reportage pubblicato sul numero di Life del 2 luglio 1965 (pag. 56) del fotoreporter giapponese freelance Akihiko Okamura (1 gennaio 1929 – 24 marzo 1985). Okamura si dirige verso nord (la Route 13 da Saigon – l’attuale Ho Chi Minh Ville – punta dritta verso il confine con la Cambogia) perché “intenzionato a fotografare i Vietcong”, termine che definisce i comunisti del Vietnam del sud (chiamati anche V.C. o Victor Charlie), i membri del Fronte di Liberazione Nazionale (N.L.F.) che combattono contro il regime filo-americano di Saigon.

Okamura, che è in Vietnam dal luglio 1963 come inviato della Pan Asia Newspaper Alliance (PANA), ha idee molto precise. E’ intenzionato a: 1) incontrare un alto ufficiale dei V.C., preferibilmente il teorico dei ribelli sudvietnamiti, Huynh Tan Phat; 2) intervistare un prigioniero statunitense (nell’aprile 1965 gli americani presenti in Vietnam sono poco più di 20 mila, formalmente ancora come “consiglieri militari”, anche se da lì a pochi mesi sarà ufficializzato l’intervento diretto delle truppe statunitensi nel conflitto); 3)  fotografare un villaggio controllato dai vietcong; 4) poter avere accesso alle prove, se esistenti, dell’uso di armi chimiche da parte degli americani; 5) documentare l’esistenza di consiglieri stranieri, se presenti, di supporto ai viet; 6) la possibilità di intervistare un giornalista vietcong.

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1 ottobre 1964. Innamorarsi, sposarsi e avere dei bambini

Intervistato da Gino Castaldo su Repubblica, Ivano Fossati ricorda Giorgio Gaber dal quale – rivela – “ho imparato soprattutto a stare sul palcoscenico. Maestri dell’arte di stare sul palco come Gaber ce ne sono stati pochi e siccome ho avuto la fortuna di vedere molti suoi spettacoli, ho imparato molto”. Il Gaber più amato da Fossati è quello “della prima parte della sua carriera, quella degli anni Sessanta, quando parte dal basso, fa canzoni meravigliose come Le strade di notte (…)”:

Le strade di notte
mi sembrano più grandi
e anche un poco più tristi
è perché non c’è in giro nessuno.

Il brano è stato pubblicato da Gaber, allora ventunenne, nel 1961 su 45 giri, per venire poi prestato ad una giovane e ancora sconosciuta Gigliola Cinquetti che, nel 1963, vince con questo pezzo il Festival di Castrocaro. E’ il trampolino di lancio per la Cinquetti che grazie a questa vittoria partecipa l’anno dopo a Sanremo con “Non ho l’età”, raccogliendo un nuovo trionfo.

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1 novembre 1964. Munari per Campari

Domenica 1 novembre 1964 si inaugura la prima linea della metro milanese, la linea rossa, la M1. Costati 45 miliardi di lire, i lavori sono iniziati il 12 giugno 1957 e nel tardo autunno del 1964 viene aperta al pubblico una prima tratta di 11,8 km e 21 stazioni, da Sesto Marelli a Lotto (la linea attuale è lunga 27 km e presenta 38 fermate). L’entusiasmo dei milanesi è alle stelle. Anche troppo. Tanto da spingere La Stampa a parlare di “assalto alla diligenza” per raccontare la voglia di attraversare Milano da est a ovest alla velocità di un treno in corsa: “Centinaia di abusivi, dopo i discorsi del sindaco Bucalossi e del ministro Tremelloni, si sono slanciati verso i convogli in attesa alla stazione di piazzale Lotto. Soltanto i più robusti li hanno raggiunti. Signore svenute nella ressa”.

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9 febbraio 1964. Dal medico dei poveri al medico della mutua

Domenica 9 febbraio 1964, sul “Secondo programma” (si chiamava così l’attuale Rai Due) va in onda la prima delle sette puntate dell’adattamento televisivo del romanzo del 1937 di Archibald J. Cronin, “La cittadella“. Diretto da un regista specializzato in sceneggiati televisivi come Anton Giulio Majano, musicato da Riz Ortolani, la riduzione italiana del romanzo di Cronin ottiene un successo strepitoso anche grazie alla presenza nei panni del protagonista, il dottor Andrew Manson, dell’idolo degli sceneggiati e dei fotoromanzi dell’epoca, Alberto Lupo. Al suo fianco, Anna Maria Guarnieri, nel ruolo della moglie Cristina Barlow, Eleonora Rossi Drago e una giovanissima Laura Efrikian.

Alberto Lupo e Anna Maria Guarnieri in
Alberto Lupo e Anna Maria Guarnieri in “La cittadella”.

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1 giugno 1964. Scorrono copiose le lacrime

Anche se non si sa bene se provocate dal riso o dal pianto. Perché ad ascoltare la versione della ballata composta dagli Stones nel 1964, “As tears go by“, cantata da Jagger in concerto a Milano nel 2006 in un italiano stentato, di lacrime ne scorrono veramente tante. Un omaggio (presunto) al pubblico indigeno riprendendo la cover del loro brano realizzata dagli Stadio e inserita nel cd live di quello stesso anno, “Canzoni per parrucchiere Live Tour“.

“As tears go by”, titolo che fa chiaramente il verso a “As time goes by” cantata da Sam in “Casablanca” (il titolo originale infatti era lo stesso, poi modificato per non generare confusione con il brano del film di Michael Curtiz), è stata scritta da Richards e Jagger insieme al loro produttore Andrew Loog Oldham che, ai due ventenni con già all’attivo un album, ma praticamente composto da sole cover, disse: «Basta, non potete limitarvi a cover di vecchi blues. Se volete un futuro dovete cominciare a comporre». «Perciò – intimò – datemi una canzone dalle mura solide, con le finestre alte. E niente sesso».

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