30 gennaio pubblicita macy_s

Questa inserzione a tutta pagina compare sul New York Times del 30 gennaio 1964. Pubblicizza Macy’s, una catena della grande distribuzione che tra le tante offerte consegna anche prodotti surgelati a domicilio, fondata a New York addirittura nel 1858 da Rowland Hussey Macy e attiva ancora oggi, anche se adesso è una multinazionale con centinaia di punti vendita in 45 paesi del mondo e smercia prodotti meno deperibili di una “steak magnifico for every day“.

Per stimolare la propensione all’acquisto dei consumatori americani, l’inserzione stuzzica l’immaginario dell’epoca legato all’Italia, paese di belle donne e buon cibo. Un immaginario – positivo in questo caso (non di soli gangster è fatto il Belpaese) – a cui aveva certamente contribuito il grande successo negli anni Cinquanta di cantanti come Frank Sinatra o Dean Martin, e di canzoni come “That’s amore” (1953), “Write to me from Naples” e “Buona sera“, entrambe del 1958. Una tendenza che trova la sua summa nell’album del 1962 di Martin “Dino: Italian Love Songs” in cui il grande crooner rielaborava alla sua maniera dodici canzoni della tradizione partenopea e romana.

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Insomma, per gli americani dei primi anni Sessanta, l’Italia è sinonimo di vita bella, quella raccontata da “Vacanze romane“, il film del 1953 diretto da William Wyler, da una Sofia Loren nel pieno del suo splendore, o dai versi di “That’s amore“:

(In Napoli where love is king
When boy meets girl here’s what they say)

When the moon hits your eye like a big pizza pie
That’s amore
When the world seems to shine like you’ve had too much wine
That’s amore
Bells will ring ting-a-ling-a-ling, ting-a-ling-a-ling
And you’ll sing “Vita bella”
Hearts will play tippy-tippy-tay, tippy-tippy-tay
Like a gay tarantella.

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William Wyler e Audrey Hepburn sul set di “Vacanze romane”.

Il curioso anglo-italiano maccheronico utilizzato dall’anonimo copywriter (chissà, forse uno dei “Mad men” di Madison Avenue) – “Un momento, if you feel a bit of nostalgia for the old country and pizza, lasagna or ravioli you can choose those, too” –  per l’inserzione sul New York Times aveva probabilmente un target piuttosto variegato: non solo i milioni di italo-americani presenti negli Usa, non solo i tanti americani che potevano essersi innamorati dell’Italia pur non avendola mai vista se non attraverso Hollywood o ascoltata attraverso i successi di Dean Martin, ma anche e soprattutto gli oltre 400 mila reduci americani che avevano partecipato tra il ’43 e il ’45 alla campagna d’Italia e che nel 1964 potevano avere tra i quaranta e i cinquant’anni.

Um militare inglese e una ragazza siciliana a Licata nel 1943
Un militare inglese e una ragazza siciliana a Licata nel 1943

E’ probabilmente a questi ex militari a cui è espressamente indirizzato il richiamo alla nostalgia dell’inserzione. Nostalgia per il buon cibo italiano, il sole, il mare, i magnifici paesaggi, e naturalmente le superbe donne, che i soldati avevano apprezzato durante la permanenza in Italia, nonostante (ma anche grazie) la tragedia della guerra.

Senza contare che i militari destinati alla gestione degli approvvigionamenti per la Quinta armata americana impegnata nella campagna d’italia – gli uomini della cosiddetta “Peninsular Base Section”, quindi non direttamente impiegati in prima linea – furono dall’inizio della primavera del ’44 ben 65 mila. Un vero esercito, non combattente, che sicuramente ebbe ottime opportunità per “fraternizzare” con la popolazione locale, godendo del cibo e delle donne: in tutto il territorio della penisola occupato, e a Napoli – “where love is king” – in particolare.

Fu proprio la Quinta armata americana, dopo lo sbarco a Salerno tra il 9 e il 18 settembre 1943, a occupare il 1 ottobre una Napoli già liberata dopo l’insurrezione popolare durata 4 giorni, tra il 27 e il 30 settembre. Una presenza, quella americana, che a Napoli e nel meridione si protrarrà per oltre due anni, anche dopo la liberazione di tutta la penisola il 25 aprile 1945. Una presenza – a cui un reduce poteva guardare con nostalgia vent’anni dopo –  che Curzio Malaparte, ne “La pelle” – romanzo del 1949 in cui si raccontano degli anni dell’occupazione alleata – descrive così: “L’onore di esser liberato per primo era toccato in sorte, fra tutti i popoli d’Europa, al popolo napoletano: e per festeggiare un così meritato premio, i miei poveri napoletani, dopo tre anni di fame, di epidemie, di feroci bombardamenti, avevano accettato di buona grazia, per carità di patria, l’agognata e invidiata gloria di recitare la parte di un popolo vinto, di cantare, batter le mani, saltare di gioia fra le rovine delle loro case, sventolare bandiere straniere, fino al giorno innanzi nemiche, e gettar dalle finestre fiori sui vincitori”.

arrivano gli alleatiLa “parte del popolo vinto” si traduce, a Napoli e in mezza Italia, in un «commercio umano» che porta nell’agosto del 1945 il prefetto di Roma a lamentare il «comportamento stomachevole delle donne di ogni classe sociale con gli Alleati». “Le autorità locali – scrive Maria Porzio nel suo saggio “Arrivano gli Alleati! Amori e violenze nell’Italia liberata” – denunciavano costantemente le notevoli proporzioni della prostituzione, insistendo sui facili guadagni assicurati dalla presenza delle truppe alleate”. Dal canto suo “il prefetto di Napoli nel luglio 1944 notava come ad un sollevamento del «morale» della cittadinanza, dovuto al «diminuito pericolo della minaccia aerea», aveva fatto seguito un peggioramento della «morale», riconducibile agli elevati tassi della prostituzione che aveva «inquinato migliaia di ragazze e di ragazzi che nel lenocinio [trovavano] troppo facile via di lucro». (…) Nell’aprile 1944 – prosegue Porzio – il servizio di polizia segreta inglese individuò a Napoli la presenza di ben 42.000 prostitute su una popolazione femminile nubile che si aggirava intorno a 150.000“.

lapelle«Dovreste essere soddisfatti di veder Napoli ridotta così» dissi a Jimmy quando fummo all’aperto.
«Non è certo colpa mia» disse Jimmy.
«Oh no» dissi «non è certo colpa tua. Ma dev’essere una grande soddisfazione per voi sentirvi vincitori in un paese simile» dissi «senza questi spettacoli come fareste a sentirvi vincitori? Dimmi la verità, Jimmy: non vi sentireste vincitori, senza questi spettacoli.»
«Napoli è sempre stata così» disse Jimmy.
«No, non è mai stata così» dissi «queste cose, a Napoli, non si son mai viste. Se queste cose non vi piacessero, se questi spettacoli non vi divertissero, queste cose non accadrebbero a Napoli» dissi «non si vedrebbero simili spettacoli a Napoli.»
«Non l’abbiamo fatta noi, Napoli» disse Jimmy «l’abbiamo trovata già bell’e fatta.»
«Non l’avete fatta voi» dissi «ma non è mai stata così, Napoli. Se l’America avesse perso la guerra, pensa quante vergini americane, a New York o a Chicago, aprirebbero le gambe per un dollaro. Se aveste perduto la guerra, ci sarebbe una vergine americana su quel letto, al posto di quella povera ragazza napoletana.»
«Non dire stupidaggini» disse Jimmy «anche se avessimo perso la guerra non si vedrebbero di queste cose, in America.»
«Se ne vedrebbero di peggio, in America, se aveste perso la guerra» dissi «per sentirsi eroi, tutti i vincitori hanno bisogno di veder queste cose. Hanno bisogno di ficcare il dito dentro una povera ragazza vinta.»
«Non dire sciocchezze» disse Jimmy.
«Preferisco aver perso la guerra, e star seduto su quel letto come quella povera ragazza, piuttosto che andare a ficcare il dito fra le gambe di una vergine per avere il piacere e l’orgoglio di sentirmi vincitore.»
«Anche tu sei venuto a vederla> disse Jimmy «perché ci sei venuto?»
«Perché sono un vigliacco, Jimmy, perché anch’io ho bisogno di veder queste cose, per sentir che sono un vinto, che sono un disgraziato.»

(tratto da “La pelle” di Curzio Malaparte)

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