Quando tra il 2010 e il 2011 con i colleghi delle Officine Tolau realizzammo il documentario “Occupiamo l’Emilia” sull’avanzata elettorale – in quegli anni – della Lega Nord in Emilia-Romagna, una delle interviste più significative fu certamente quella a una coppia di ex militanti del PCI passati poi alla Lega. 50 secondi che ancora oggi vale la pena rivedere.

Da allora mi è rimasta la curiosità di verificare se quanto affermato, dalla signora in particolare, corrispondesse effettivamente al vero. Almeno dal dopoguerra fino alla progressiva presa di distanza del PCI rispetto all’URSS a partire dalla primavera di Praga del 1968.

In questo periodo di Olimpiadi, quale opportunità migliore per trovare risposta a una simile curiosità se non ripercorrere le cronache delle pagine de L’Unità tra il 10 e il 24 ottobre 1964 quando a Tokyo si celebrarono i giochi della XVIII Olimpiade?  Davvero per i comunisti italiani di allora l’internazionalismo prevaleva sul sentimento nazionale anche quando questo, teoricamente privato di ogni connotazione ideologica ad uso politico interno, avrebbe dovuto semplicemente promuovere l’unità nazionale in un contesto di confronto sportivo con tutte le altre nazioni del mondo? Davvero sventolare il tricolore, anche in occasione di una medaglia olimpica di un nostro connazionale, era roba “da fascisti”?

A rileggere le pagine dell’allora organo del partito comunista, la risposta è “ni”. Oppure addirittura un “no”. Ma con parecchi distinguo. Nel senso che è certamente esagerato affermare che il tifo per gli atleti italiani fosse considerato quanto meno sconveniente – l’oro del “magnifico” maratoneta fiumano Abdon Pamich viene celebrato dal quotidiano del 19 ottobre a tutta pagina (dello sport, non in prima dove invece il titolo principale è dedicato a un comizio del segretario Luigi Longo e a Pamich non va nemmeno un trafiletto)  – ma certamente questo è accompagnato da una serie di altri punti fermi che emergono chiaramente dalle cronache: 1) Tifare Italia si può, ma i successi dell’Urss in particolare e di tutti i paesi del blocco comunista in generale, vanno celebrati con lo stesso entusiasmo. Come certifica la prima pagina dello Sport del 12 ottobre, il giorno dopo la prima giornata vera e propria di gare seguite alla cerimonia di apertura del 10.

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2) C’è sport e sport. All’Unità piacciono gli sport poveri, operai, dove gira poco denaro, sterco del diavolo e simbolo del capitalismo vorace. Il sudore e la fatica per raggiungere l’obiettivo hanno più valore del talento individuale. Anche se contrariamente alla Grande Madre Sovietica che, salvo casi eccezionali, subordina rigorosamente la specificità dell’individuo all’interesse della collettività, i comunisti italiani riconoscono il valore dell’individualità, ma preferirebbero – come vedremo dopo – che questa sia espressione di un movimento collettivo (neanche a torto, in questo caso). Infine, non tutti gli sport hanno – o non dovrebbero avere – lo stesso valore per un buon comunista. Il giornale non può ignorare la passione popolare (anche tra i compagni) che accompagna lo sport già allora più ricco di tutti – il calcio – ma quando ne ha occasione, ad esempio con la sconfitta al mondiale del 1966 dell”Italia di Edmondo Fabbri contro la Corea del Nord, arriva secco e puntuale il j’accuse, questa volta sì in prima pagina: “una squadra tutto cuore umilia i divi del calcio milionario italiano“.

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Ma così come il quotidiano allora diretto dall’ex partigiano Mario Alicata non può ignorare i milionari del calcio, pur senza rinunciare a una posizione critica, non può nemmeno permettersi di soprassedere alle vittorie olimpiche degli atleti americani, che alla fine risulteranno primi nel medagliere sopravanzando l’Urss. Ma occhio al termine utilizzato per presentare i successi degli Usa nel nuoto:

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In alternativa, se a vincere è un afro-americano, ancora meglio se di poco davanti a un atleta del blocco comunista, la soluzione può essere questa: l’americano vincente è prima di tutto un negro.

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Interessante anche l’articolo di spalla, “Il giudizio di Owens sul nuovo campione: «Un uomo formidabile»“, che sprizza terzomondismo – innaffiato da una buona vena di paternalismo – in ogni riga.

Owens è a Tokio per coprire i giochi. Scrive commenti per una catena di cinquanta giornali statunitensi. Per ovvie ragioni di delicatezza abbiamo evitato di chiedergli se il fatto che due negro e un mulatto (Jerome ha chiaramente molto sangue africano nelle vene) abbiano vinto le tre medaglie dei cento metri rappresenti, a suo avviso, una conferma delta superiorità dei negri nella velocità pura. Tra i giornalisti la questione e discussa con accanimento, talvolta con accenti di razzismo alla rovescia. Si afferma che le prove mediocri fornite dagli atleti dei nuovi paesi africani non smentiscono, non contraddicono affatto la teoria delta superiorità «biologica» dei negri come velocisti. Gli africani mancano di buoni allenatori, di una tradizione sportiva moderna, di mezzi materiali, di un livello di vita generale adeguato ad operare su una larga selezione. Inoltre, il clima tropicale caldo ed umido in cui generalmente vivono non favorisce gli allenamenti, al contrario li ostacola. Non è un paradosso chi afferma: gli africani soffrono il caldo poco meno degli europei. Trasferiti in climi migliori, le loro qualità si rivelano in tutta la loro pienezza. La conclusione è che fra qualche anno, con uno sforzo ben organizzato e pianificato su scala continentale, l’Africa potrebbe dare del filo da torcere agli USA e surclassare tutti gli altri paesi nelle gare di corsa“.

Da segnalare anche il commento, a Olimpiadi concluse,  il 25 ottobre: si può essere davvero soddisfatti dei risultati italiani a queste Olimpiadi nonostante le 27 medaglie vinte (tra cui 10 ori)? Cosa si nasconde “Dietro la facciata dei nostri «exploit»?”.

Si e indotti a dire – scrive l’editorialista – che questa Olimpiade è stata per noi una Olimpiade d’arresto. Perché noi ci siamo affermati negli sport in cui l’uomo è solo. Può apparire una frase ad effetto, ma se poi si va a scavare nei risultati si vede subito che non e così: abbiamo prevalso là dove si può eccellere anche senza avere alle spalle una solida organizzazione sportiva: nelle discipline in cui i’uomo si può «arrangiare» da solo, sia perché non occorrono attrezzature, sia perché — ed e il caso del tiro a volo o dell’equitazione — l’accesso a queste attrezzature dipende dalle disponibilità individuali. Unica eccezione è data dal ciclismo, ma questo comporta un discorso a sé, sia perché in Italia è uno sport ancora largamente popolare, sia perché è uno sport che accende interesse praticamente solo in Europa e quindi il numero dei possibili rivali rimane limitato. Ma se si esclude il ciclismo, il discorso ritorna al punto di partenza: il successo — quel tanto di successo che abbiamo ottenuto — ce l’hanno dato degli individui solitari, che non appaiono il prodotto di una scuola, ma di uno sforzo, di una dedizione personale“.

E arrivederci al 1968, a Città del Messico. E poi via via fino ad oggi, in cui poco pare cambiato per il nostro Paese: il successo — non solo nello sport — ce lo danno ancora “gli individui solitari, che non appaiono il prodotto di una scuola, ma di uno sforzo, di una dedizione personale“.

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