Più che una ripresa di questo precedente post in cui partendo da una inserzione pubblicità degli anni Sessanta, risalivo all’occupazione alleata in Italia, questa è una sorta di appendice. Parlando con un amico infatti, mi ha giustamente segnalato – a proposito dei frequenti rapporti sessuali, volontari o costretti, tra donne italiane e soldati americani – del celebre brano “Tammurriata nera, una canzone napoletana (la tammurriata è appunto una musica e danza tradizionale) scritta nel 1944, in piena occupazione, dal giornalista e paroliere Edoardo Nicolardi su musica di E. A. Mario. La canzone racconta senza tanti giri di parole dei frequentissimi rapporti più o meno amorosi tra le donne napoletane e i soldati alleati, e delle conseguenze, pure queste frequenti, di una simile pratica:

Io non capisco a volte che succede,
che quello che si vede non si crede!
E’ nato un bambino, è nato nero
e la mamma lo chiama Ciro,
sissignore! Lo chiama Ciro!

Rigirala come ti pare,
Rigirala come ti pare,
che tu lo chiami Ciccio o Antonio
che tu lo chiami Peppe o Ciro
il fatto è che quello è nero, nero come non si sa che!

Furono questi i cosiddetti «figli della guerra», bambini illegittimi spesso abbandonati nel brefotrofio dell’Annunziata, soprattutto quelli “neri come non si sa che” che il settimanale della diocesi di Napoli «La Croce» definì nel numero del 17 novembre 1947, i “bambini di cioccolata“.

Napoli, 1946. Bambini giocano lungo la strada in prossimità del negozio di un fotografo. Fonte: LombardiaBeniCulturali.
Napoli, 1946. Bambini giocano lungo la strada in prossimità del negozio di un fotografo. Fonte: LombardiaBeniCulturali.

Di “Tammurriata nera” – anche se nel sommario in realtà si cita un’altra canzone di quello stesso anno “Simme ‘e Napule, paisà” – parla anche il giornalista modenese (di cui consiglio un bellissimo libro come “Roma 1943“) Paolo Monelli in un articolo su La Stampa di Torino del 21 settembre 1947 (qui si può leggerlo integralmente in buona risoluzione) che lamenta i danni un’occupazione militare “policroma”.

Lessi tempo fa sopra un giornale la storia di una giovane donna veduta aggirarsi melanconica sulle rive di un fiume con un bimbo nero fra le braccia; poi il ritrovamento del cadaverino del bimbo nelle acque e la scomparsa della giovane donna aveva fatto intuire il dramma, antichissimo, e che ogni guerra di conquista rinnova. La storia delle fanciulle cadute preda di una violenza cieca ed animale, costrette a maturare nel corpo e a mettere al mondo una vita che non hanno voluto, impietosisce il popolo, e rende pensosi e perplessi coloro che si occupano di problemi sociali e morali; e tanto maggiore è la pietà e la sollecitudine quando il neonato, con il diverso colore della pelle, è troppo evidente testimonianza di un oltraggio repugnante. (Poiché quelle che si acconciarono volentieri alla faccenda stavano attente). Le statistiche non ci hanno detto ancora quanti di questi mulattini cresceranno in Italia con stampata addosso in inchiostro indelebile la data e il modo della nascita; pare che una delle città che ne ha di più sia Napoli, ove l’occupazione militare policroma cominciò prima che altrove e durò a lungo.

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Come scrive Marzia Porzio nel libro “Arrivano gli Alleati! Amori e violenze nell’Italia liberata, “non pochi furono i reduci che dopo anni di assenza scoprirono l’infedeltà delle proprie spose. Molti degli ex prigionieri di guerra sottoscrissero appelli alla Presidenza del Consiglio dei Ministri affinché si tenesse conto del loro dramma e si consentisse loro il legittimo scioglimento del vincolo matrimoniale, non ancora previsto dalla legge italiana. Tra gli altri, un reduce dalla provincia di Avellino:

Il reduce della prigionia di Michele D., tornato a casa in questi giorni ha constatato che la propria moglie (…) di anni 35, pur godendosi il soccorso giornaliero, concesso alle famiglie dei richiamati alle armi, godendosi altresì i prodotti agricoli ricavati da alcuni piccoli appezzamenti di terreno (…) si dava alla prostituzione – all’adulterio, procreando anche un figlio, ed ha svaligiato anche la casa di mobilio, biancheria, masserizie, stoviglie, attrezzi di lavoro, vestiario ed un po d’oro acquistato dall’esponente in occasione del matrimonio (…). Lo scrivente era ignaro di tutto perché l’adultera durante tutta la mia forzata, aspra e dura prigionia non mancava di farmi giungere buone notizie – quanto inganno?“.

Insomma, a quanto pare, non c’è niente da fare, di tutti i nostri mali, è sempre colpa loro.

 

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