L’altro giorno, guardando un mediocre thriller del 1999, “The general’s daughter” attratto dalla presenza di John Travolta – che comunque mi piace sempre, anche nei film più sciatti che ha interpretato in carriera – mentre sto per spegnere monitor e computer, rimango folgorato dalle note della canzone dei titoli di coda (in realtà è presente anche nei titoli di testa, ma non ci avevo fatto caso). Questa:

L’autore del brano e dell’intera colonna sonora è il compositore, morto nel 2004, Greg Hale Jones. Il pezzo però è un remix di una canzone tradizionale del folk afro-americano del sud degli Stati Uniti conosciuta come “Sea lion woman” che vanta diverse cover, ad esempio questa di Feist. La più celebre è quella di Nina Simone, inserita come lato b nel 45 di “Mississippi Goddam“, una canzone di protesta – pare composta in meno di un’ora – per denunciare l’assassinio dell’attivista per i diritti civili Medgar Evers e l’attentato dinamitardo del Klu Klux Klan contro una chiesa battista di Birmingham, in Alabama, in cui persero la vita quattro bambine di colore.

“Mississippi Goddam” e “See-line woman” (così il titolo della versione di Simone, vedremo in seguito il perché) curiosamente appartengono a due album diversi: la prima a “Nina Simone in concert“, un album live registrato durante i tre concerti alla Carnagie Hall di New York il 21 marzo, il 1 e il 6 aprile 1964, la seconda invece è presente in “Broadway-Blues-Ballads“, album che vide la luce in quello stesso anno, ma a novembre.

La versione di Simone, dicevamo, si intitola in maniera diversa perché il titolo del brano originale è incerto. Oltre a quelli già citati, le variazioni comprendono “Sea-Line Woman”, “See [the] Lyin’ Woman”, “She Lyin’ Woman”, “See-Line Woman”, e “C-Line Woman”. La canzone considerata “originale” venne incisa per la prima volta dall’antropologo americano Herbert Halpert il 13 maggio 1939 quando, impegnato in una serie di registrazioni di canti tradizionali per conto della Libreria del Congresso, incontrò in un paesino del Mississippi – Byhalia (oggi vanta una popolazione di 1300 abitanti, chissà allora) – il pastore e direttore del coro della chiesa locale, Walter Shipp, ascoltando e registrando “Sea Lion Woman” cantata dalle sue figlie, Katharine e Christine. Questa è la registrazione originale:

Il canto delle due ragazzine registrato più di 75 anni fa è lo stesso utilizzato da Greg Hale Jones per la sua versione techno-beat. Per ottenere da parte della Libreria del Congresso l’autorizzazione all’utilizzo del brano originale, Jones dovette giungere a un accordo: parte del ricavato del film avrebbe dovuto essere destinato agli eredi Schipp. Dopo una lunga ricerca, la produzione risalì a un’anziana che abitava in una piantagione del sud completamente abbandonata e in rovina. “Cosa ha intenzione di fare di questi soldi?” chiesero alla donna mettendole in mano l’assegno. “Ho intenzione di uscire e andare a comprarmi finalmente un telefono, ecco cosa farò”, rispose l’anziana.

Le origini vere e proprie della canzone restano ancora sconosciute. Curioso anche il fatto che, a parte la molteplicità dei titoli, esistano due versioni anche del testo: una è una specie di filastrocca per bambini; l’altra, il canto – si ritiene risalente del 19° secolo – che racconta del rientro in porto dei marinai che trovano ad attenderli delle prostitute allineate sul molo, da cui il termine ‘sea-line’ (una fila di donne in riva al mare) o, in alternativa, ‘see-line’ (donne in riga per essere guardate). Il riferimento nel testo ai diversi colori dei loro vestiti starebbero a significare la “varietà” della loro offerta sessuale.

Oltre all’incertezza sull’interpretazione del testo – che pare aver subito diverse variazioni nel tempo – compresa la rielaborazione effettuata dalla stessa Nina Simone, si sa poco anche sull’ispirazione originaria della canzone.  Sulla questione è intervenuto qualche tempo fa anche l’autore del blog Pancocojams, Azizi Powell, che si occupa di raccontare la musica, le danze e i costumi degli afro-americani e di altre persone di origine nera sparse per il mondo. Giustamente Azizi dubita che “delle ragazze afro-americane nel Mississippi degli anni Trenta potessero cantare una canzone dedicata a una donna leone marino, in pratica le “selkie”, creature mitologiche della tradizione irlandese, islandese, e scozzese che possono trasformarsi da foche a donne nelle notti di luna piena. E infatti le due sorelle Schipp sembrano pronunciare, più che “Sea lion”, “see-lye” o “seal-eye”. O forse, ipotizza, Azizi, “selah” – una parola di origine aramaica inclusa nella Bibbia di cui “Sea Lion” sarebbe solo una storpiatura – che significa “appendere”, intesa come quell’operazione che si fa per pesare con una bilancia a due piatti.

Mi fermo qui, perché addentrarmi oltre in una discussione filologica che gli stessi americani faticano a dirimere, come dimostra questa lunga e interessante serie di interventi sul forum mudcat (che vede anche la partecipazione di una sedicente erede delle sorelle Schipp, tale LaVern) va oltre le mie possibilità. Filastrocca o canto di prostitute, resta il fatto che “Sea lion woman” è un brano che sa far vibrare le corde giuste – di sicuro le mie – per proiettarsi in una dimensione parallela. Un po’ come quando leggo questa rivista che consiglio agli appassionati di storie of old Dixie. In copertina, una “sea lion girl” is watching u.

The Oxford American - Fall 2015

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