Domenica 9 febbraio 1964, sul “Secondo programma” (si chiamava così l’attuale Rai Due) va in onda la prima delle sette puntate dell’adattamento televisivo del romanzo del 1937 di Archibald J. Cronin, “La cittadella“. Diretto da un regista specializzato in sceneggiati televisivi come Anton Giulio Majano, musicato da Riz Ortolani, la riduzione italiana del romanzo di Cronin ottiene un successo strepitoso anche grazie alla presenza nei panni del protagonista, il dottor Andrew Manson, dell’idolo degli sceneggiati e dei fotoromanzi dell’epoca, Alberto Lupo. Al suo fianco, Anna Maria Guarnieri, nel ruolo della moglie Cristina Barlow, Eleonora Rossi Drago e una giovanissima Laura Efrikian.

Alberto Lupo e Anna Maria Guarnieri in
Alberto Lupo e Anna Maria Guarnieri in “La cittadella”.

Così, in un articolo dell’8 febbraio, La Stampa anticipa ai lettori la trama dello sceneggiato: “E’ la storia (accenniamola brevemente per i pochi che non la conoscono o non la rammentano) di un giovane medico inglese, Andrew Manson, animato da appassionati ideali umanitari, il quale, a poco a poco, nella grande città, si rende conto che la sua nobile professione può diventare un mezzo disinvolto per fare soldi; basta mettere da parte gli scrupoli, adattarsi a compromessi vergognosi. Manson cede e nonostante l’opposizione della moglie, Cristina, s’avvia a tradire se stesso. Ma ad un certo momento, disgustato dal cinico comportamento di alcuni suoi colleghi, si riprende e ritorna alla vita di prima. E’ la felicità? No, un destino crudele è in agguato: Cristina morirà in un incidente lasciando Manson in una desolata amarezza. Il romanzo che ancor oggi, ad onta di certi limiti facilmente avvertibili, costituisce una piacevole lettura, è importante per il suo carattere autobiografico: autobiografico non per le vicende che riguardano i drammi sentimentali e familiari di Manson ma per tutto quello che si riferisce alla sua esperienza, ai suoi entusiasmi, ai suoi dubbi tormentosi di medico: è noto che prima di essere letterato, Cronin fu dottore per più dì dieci anni e che dopo aver prestato duro servizio nelle miniere del Galles si trasferì in un quartiere elegante di Londra. Si tende quindi a giudicare «La cittadella» come il suo romanzo più sincero e sentito”.

L’ultima puntata, la settimana, va in onda il 22 marzo. Facendo un bilancio dell’intera produzione, la critica (sempre de La Stampa) appare piuttosto severa: “Stasera la puntata non sarà meno patetica delle altre: il dottor Manson, rimasto vedovo, si trova ancora e sempre in un mare di guai: viene persino attaccato da alcuni colleghi e finisce davanti ad una severa commissione dell’ordine dei medici; ma in ultimo trionferà e ridiventerà quell’uomo coscienzioso, onesto e intransigente che la defunta moglie tanto amava e ammirava. Abbiamo messo l’accento sul tono patetico di questo settimo e conclusivo capitolo, ma il patetismo ha dominato da cima a fondo l’intera riduzione: il regista non ha badato a mezzi pur di creare scene di forte e facile effetto sentimentale, pur di sfruttare sino in fondo, senza delicatezze e senza riguardi, gli elementi del romanzo che più agevolmente si prestavano ad emozionare il pubblico e a strappargli abbondanti lacrime. Spesso si è esagerato e spesso, in ogni caso, si è scivolati nel fumetto: dal quale però si sono salvati con dignità gli interpreti, da Alberto Lupo, adatto protagonista, alla vibrante Anna Maria Guarnieri, a Eleonora Rossi Drago che ha sostenuto con misura la parte dell’amante. Naturalmente lo spettacolo c’era: uno spettacolo privo di chiaroscuri ma di sicura presa su una platea non troppo esigente. E i consensi popolari non devono essere mancati”.

No, non mancò affatto il consenso popolare, tanto che “La cittadella” di Majano venne replicata per anni in tv. Così come il Manson di Alberto Lupo – che veniva regolarmente fermato per strada dai suoi fan per avere una ricetta, un consulto, un consiglio terapeutico – divenne il paradigma del “bravo medico” interessato esclusivamente alla salute dei propri pazienti,  dopo avere rischiato di cedere alla tentazione del denaro. Insomma, dopo aver rischiato di far la fine di “tutti gli altri”. Di quelli come il dottor Guido Tersilli, il medico della mutua interpretato da Alberto Sordi qualche anno dopo, nel 1968, in una rappresentazione decisamente meno romantica e molto più aderente alla realtà di un italiano medio, medico o no, pronto ad abbandonare ogni remora morale pur di beneficiare del benessere garantito dal boom economico.

Ecco perché lo straordinario film con Sordi, ci racconta molto di più della realtà dell’Italia di allora, e soprattutto di quella di oggi, dello sceneggiato di Majano. Che però resta un caposaldo della tv educativa degli anni Sessanta e i primi Settanta. La Rai di Ettore Bernabei, direttore dal 1961 al 1974, “fortemente connotata dai valori cattolici di una Dc saldamente al potere in quegli anni, e per questo considerata dai critici oscurantista e bigotta, ma anche cosciente del potere e della responsabilità del mezzo televisivo, inteso in funzione educativa per “chi è rimasto un po’ più indietro”.

Annunci