“Una mattina presto d’inizio aprile, alle 6.30, ho preso un autobus diretto a nord di Saigon, sulla Route 13. Era una giornata bellissima, luminosa e fresca: il cielo lindo di un blu meraviglioso. L’autobus era pieno di donne. Quasi tutti gli autobus in partenza da Saigon sono pieni di viaggiatrici perché generalmente nessuno dei belligeranti fa fuoco su mezzi carichi di donne”. Inizia così il reportage pubblicato sul numero di Life del 2 luglio 1965 (pag. 56) del fotoreporter giapponese freelance Akihiko Okamura (1 gennaio 1929 – 24 marzo 1985). Okamura si dirige verso nord (la Route 13 da Saigon – l’attuale Ho Chi Minh Ville – punta dritta verso il confine con la Cambogia) perché “intenzionato a fotografare i Vietcong”, termine che definisce i comunisti del Vietnam del sud (chiamati anche V.C. o Victor Charlie), i membri del Fronte di Liberazione Nazionale (N.L.F.) che combattono contro il regime filo-americano di Saigon.

Okamura, che è in Vietnam dal luglio 1963 come inviato della Pan Asia Newspaper Alliance (PANA), ha idee molto precise. E’ intenzionato a: 1) incontrare un alto ufficiale dei V.C., preferibilmente il teorico dei ribelli sudvietnamiti, Huynh Tan Phat; 2) intervistare un prigioniero statunitense (nell’aprile 1965 gli americani presenti in Vietnam sono poco più di 20 mila, formalmente ancora come “consiglieri militari”, anche se da lì a pochi mesi sarà ufficializzato l’intervento diretto delle truppe statunitensi nel conflitto); 3)  fotografare un villaggio controllato dai vietcong; 4) poter avere accesso alle prove, se esistenti, dell’uso di armi chimiche da parte degli americani; 5) documentare l’esistenza di consiglieri stranieri, se presenti, di supporto ai viet; 6) la possibilità di intervistare un giornalista vietcong.

Obiettivi ambiziosi, ma non irreali. Il fotografo giapponese infatti non è più “uno dei tanti”, ma è considerato “the next Robert Capa” – forse il fotoreporter di guerra più famoso della storia – dopo che nel numero del 12 giugno 1964 (pag. 34) sempre Life ha pubblicato un suo straordinario reportage di dieci pagine su quella “piccola” guerra lontana, ma già terribile, di cui gli americani all’epoca non sanno quasi niente. Gli scatti di Okamura sono del genere che oggi su Internet verrebbero anticipati dalla scritta “Attenzione, le immagini che seguono potrebbero urtare la vostra sensibilità”. Comprendono le vittime di un attacco vietcong a un villaggio fortificato a sud-ovest di Saigon, ma anche i volti di guerriglieri torturati da regolari dell’esercito sudvietnamita.

Un pugno nello stomaco per i lettori di Life che a metà degli anni Sessanta stampa più di 8 milioni di copie. Tanto da spingere il direttore editoriale del settimanale, George P. Hunt, a parlare appunto di un “nuovo Capa” in un fondo encomiastico che esalta il trentacinquenne giapponese capace come pochi di “fiutare” la guerra grazie alla sua capacità di adattarsi anche alle più terribili condizioni ambientali, di costruire ottimi rapporti con la popolazione vietnamita. “Spostandomi a piedi nudi come i locali – afferma Okamura – si può sentire la voce del popolo, e io ho volutamente disposto il mio orecchio a questo ascolto. Sento che è mio dovere trasmettere questa voce alle genti di tutto il mondo.”

La prima pagina dell’articolo di Okamura su Life del 2 luglio 1965
Huynh Tan Phat fotografato da Okamura.

E’ questa convinzione che lo spinge a prendere contatto l’anno successivo con il Comitato centrale del N.F.L. per tentare di raccontare attraverso le sue immagini il punto di vista dei guerriglieri. Ma le cose non vanno come previsto. Preso in carico da un manipolo di vietcong – convinti che si tratti di una spia americana, per di più curiosamente scambiato per un “negro” (“a black american”) – viene trasferito in una campo di prigionia nella giungla dove rimarrà per 53 giorni, fino al 27 maggio 1965. Durante la prigionia però, riuscirà effettivamente a intervistare Huynh Tan Phat, trascrivendo la loro conversazione nell’articolo pubblicato sul Life del 2 luglio (che consiglio vivamente di leggere, davvero un bellissimo reportage). I giudizi sferzanti del leader vietcong (“Il governo di Saigon non è che un fantoccio degli Usa“; “Gli americani sono dei codardi: i francesi si mettevano alla testa delle truppe vietnamite a loro fedeli, gli americani invece li mandano avanti e restano nelle retrovie“) riportati fedelmente nel pezzo di Okamura, non ottengono particolare apprezzamento da parte del governo sudvietnamita che espelle il fotografo dal paese per cinque anni. Anni che Okamura, ormai fotoreporter di successo, impiegherà per girare il mondo prima di tornare in Vietnam nel 1971. Tra i suoi reportage più importanti di quel periodo vanno segnalati quelli in Biafra e Irlanda del Nord, entrambi alla fine degli anni Sessanta. E’ sempre del 1965 il suo libro “This is War in Vietnam” pubblicato negli Usa e in Giappone. Un volume fotografico sul “suo” Vietnam: il vero volto di una guerra sì lontana ma che ben presto si rivelerà tutt’altro che “piccola”, e che ancora oggi costituisce “a black hole” – un buco nero – nella storia e nella coscienza dell’America.

 

 

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